Sergei Prokofiev. Place
Sono convinto che l’umanità sia sempre stata esclusa dalla natura. Perciò ha cominciato a cercare il proprio posto, a costruire la propria natura – la civiltà – nella speranza di ritrovarsi in essa. La distanza tra il mondo e me è in continuo sfarfallio. A volte mi sembra di stare nel mondo con le persone, e poi all’improvviso sono un estraneo. La distanza mi aiuta a lavorare come artista, mi aiuta a essere presente nel mondo.
Se parliamo di presenza, essa comincia a spostarsi nel «Place». L’intera situazione è disincarnata, solo lo spettatore è reale, ma anche lui può sentirsi disincarnato. La presenza dell’arte/dell’artista e quella dello spettatore qui si mescolano letteralmente.
Mi ha sempre interessato la luce. La luce è qualcosa di estremo e di confine: i fotoni sono al tempo stesso onda e particella. La luce è l’80% delle informazioni che riceviamo, la vista funziona come percezione della luce riflessa. La sola presenza della luce racconta sempre qualcosa. Mi rende felice quando l’arte può emergere dal quasi nulla, quando si rivela.